8 settembre 1943 – I soldati italiani all’estero – Luigi Longo

L’8 settembre, come s’è visto, gli alti comandi militari italiani capitolarono, nella loro quasi totalità, in modo pietoso e deplorevole di fronte alle intimazioni naziste […] Ma non possiamo non rilevare un fatto: mentre gli alti comandi residenti in Italia, quasi senza eccezione, capitolarono senza nemmeno abbozzare un tentativo di resistenza, i comandi delle unità dislocate nelle isole o nei territori di occupazione – a eccezione del comando della IV Armata di stanza in Francia – tennero, in generale, un contegno molto più fiero, e difesero strenuamente, con le armi alla mano, fino al supremo sacrificio, l’onore militare e la volontà dell’Italia.
In Corsica, su settantacinquemila Italiani, appena sette-ottocento militi fascisti furono a fianco dei Tedeschi. La “Cremona” e la “Friuli” contribuirono, accanto a forze “degolliste” e partigiane corse, a contenere prima, e scacciare poi, i Tedeschi, meritandosi l’elogio più pieno del generale Louchet.
Non vanno taciute le prove di fermezza date dalla marina e dall’aviazione. L’atto di obbedienza alle disposizioni alleate da parte della marina, che portò in salvo fin le navi più lontane, perdendo quarantanove unità, tra le quali la grande nave da battaglia Roma, su cui s’inabissò l’ammiraglio Bergamini, i cacciatorpediniere Vivaldi, Da Nola, Sella, Euro, ecc., ebbe una notevole importanza per chiarire subito i rapporti con gli Alleati e rafforzare la loro fiducia verso gli Italiani.
L’aeronautica pure mise immediatamente a disposizione degli Alleati i pochi aerei superstiti. Trecentosettantasei in tutto, sottratti dalla disperata volontà degli equipaggi alla cattura nemica, accettando spesso il combattimento aereo.
Ma particolarmente degno di rilievo per la sua tragicità ed eroica grandezza è il contegno delle truppe che presidiavano le isole dell’Egeo, quelle joniche e i paesi balcanici. Si trattava di presidi lontani, isolati dalla madre patria, facilmente esposti a rimanere senza rifornimenti, spesso in territori “occupati”, con i Tedeschi attorno e su tutte le vie di comunicazione. Senza dubbio, queste forze italiane erano nelle posizioni più precarie e rischiose. […] Eppure, quasi senza eccezione, non si ebbero dubbi laggiù, nelle isole sperdute e nei paesi lontani, sull’interpretazione da dare al laconico proclama di Badoglio, che ai comandi dislocati nella penisola parve così vago e insufficiente […] Dove si ebbe perplessità da parte dei comandanti, furono le truppe stesse a far pressione perché si rompessero gli indugi e si scegliesse la resistenza a oltranza.
 Questi esempi luminosi dimostrano che l’esercito italiano, nonostante tutto, conservava ancora nel suo intimo riserve preziosissime di virtù militari e di spirito di sacrificio. Esso, è vero, era stato minato nel più profondo dai lunghi anni di guerre non sentite e di disfatte demoralizzanti; era stato condotto dal fascismo a uno stadio incredibile di disfacimento. In soli venti anni, l’esercito del Piave e di Vittorio Veneto si era trasformato in un’arma spuntata, privata a poco a poco delle sue migliori caratteristiche militari e umane, decaduta nei comandi inquinati da avventurieri fascisti, diminuita dal banditismo affaristico del regime, invilita dalle condizioni di inferiorità nell’armamento e nell’equipaggiamento, che, certo, né l’introduzione del tedesco passo dell’oca né altre sciocche innovazioni del genere potevano in qualche modo compensare. […] Eppure, ripetiamo – e i martiri della Cecchignola e di Cefalonia, gli strenui combattenti dei Balcani, della Corsica e dell’Egeo ne offrono valida testimonianza – le tradizioni popolari garibaldine delle guerre d’indipendenza erano soltanto sopite […] Che cosa, soprattutto, sostenne e sospinse i nostri soldati nei territori d’occupazione? Non c’è dubbio che il sentimento dominante fu l’odio anti-tedesco. Ma è anche chiaro che in essi si era prodotto un processo di maturazione i cui sedimenti da tempo erano andati posandosi e concrescendo.

Nei territori d’occupazione, furono quasi esclusivamente gli sciagurati battaglioni “M”, composti di camicie nere e della feccia della società, e gli ufficiali fascisti a compromettere l’onore del nostro esercito, partecipando alle brutalità e ai crimini nazisti o solidarizzando con essi: Invece, gli umili gregari e i migliori ufficiali, a contatto con popoli che da anni erano attivi nella resistenza armata per la libertà e l’indipendenza della loro patria, avevano capito, sia pure confusamente, che la lotta che questi popoli conducevano era la lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione, e che ingiustizia e oppressione erano tutt’uno con il fascismo. Gli stessi abitanti dei paesi occupati vedevano che il comportamento dei fascisti dichiarati, dei legionari, delle autorità ufficiali, era ben diverso dal comportamento istintivo dei soldati e di quanti nutrivano sensi di giustizia e di solidarietà umana. Non sarebbero mai stati loro, i fanti, gli alpini, i bersaglieri italiani, che avrebbero obbedito all’ordine di dar fuoco a un villaggio o di fucilare donne e bambini: questi erano compiti che solo Tedeschi e fascisti potevano assolvere. Essi assistevano con l’animo in rivolta alle violenze tedesche, di cui invece in Italia era arrivata, fino ad allora, solo un’eco vaga e confusa; e toccavano con mano che tali violenze colpivano prima di tutto i poveri, i contadini, gli operai: gente come loro, anche se parlava una lingua per essi incomprensibile. I soldati nei territori d’occupazione, senza averne sempre chiara coscienza da anni oramai simpatizzavano per i partigiani, uomini coraggiosi e leali, contro i Tedeschi, quegli stessi Tedeschi che avevano ucciso i loro padri e che, si diceva, avevano abbandonati in Russia i loro fratelli o tagliate le mani a quanti Italiani tentavano di aggrapparsi al camion in fuga. L’nnuncio dell’armistizio non li sorprese impreparati: fu un reagente efficace e immediato che di colpo conferì precisione e coscienza a sentimenti a lungo inespressi. Fu subito chiaro, per i coraggiosi dell’”Acqui”, della “Venezia”, della “Taurinense”, della ”Cuneo”, della “Regina”, della “Brennero”, della “Pinerolo”, della “Firenze”, dell’”Arezzo” e delle altre unità, che era venuto finalmente il momento di prendere parte alla lotta dei popoli contro l’ingiustizia e contro il fascismo, di mettersi al fianco degli eroi e dei perseguitati. […] Perciò fu più rapida la trasformazione in forze di resistenza dei soldati dei Balcani e dell’Egeo, più audace il loro contributo partigiano, più forte e più netto, subito, il loro orientamento umano e politico. In quei giorni terribili, con le loro prove generose e a volte sublimi, superando – e anzi trasformandoli in un motivo di resistenza ancor più caparbia – i disagi, la stanchezza, l’isolamento, l’abbandono da parte del Comando supremo, i soldati dei Balcani e dell’Egeo anticiparono l’epopea della Resistenza partigiana e della guerra di liberazione. Dissero alto, ad amici e nemici, che l’Italia era ancora viva, e sarebbe risorta.

Luigi Longo, Un popolo alla macchia, Milano, Mondadori, 1952, p. 63-67.

 

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