Uomini della Resistenza – Giovanni Pesce

Credo che sia inevitabile non solo domandarci il perchè ci sono stati uomini che hanno fatto la scelta della Resistenza, ma anche come vivevano nel proprio intimo quella che era diventata una scelta di vita.
Ringrazio Tiziana Pesce, per avermi indicato questi due passaggi tratti dal libro di Giovanni Pesce (Visone),  “Senza tregua – La guerra dei GAP” che a mio parere descrivono alla perfezione il pensiero e le emozioni che investono questo protagonista della guerra al nazifascismo.
Loris

“Nel silenzio può immaginare la guerra come un lontano ricordo, un mondo di pace in cui la gente è libera di parlare, viaggiare, vivere senza l’angoscia del colpo improvviso alla porta, dell’incontro mortale per la via. Senza la guerra un uomo può lavorare, studiare, sposarsi, costruire qualcosa che valga la pena. È la medesima angoscia di quando, ragazzo, si svegliava, le mattine di scuola, nella sua casa di Visone. Fuori c’era odore d’estate e dalla finestra si vedevano i vigneti allineati sulla collina.
Anche allora avrebbe voluto essere in un altro posto, un posto senza scuole e senza maestri.
Entrando nell’aula già pensava al dopo, all’interrogazione finita; si vedeva correre verso casa, la cartella di fibra rigida che saltava sulle spalle e i quaderni dentro che sbattevano ad ogni passo.
Anche allora le fantasie svanivano quando il maestro pronunciava il suo nome e gli toccava rispondere. Adesso è la stessa cosa. Pensare al dopo non serve a niente, perché la realtà è prima, non dopo. E prima, vuol dire che la stazione radio è ancora in piedi.
In ogni città e in ogni paese c’è tanta gente con quella paura dell’oggi addosso; è per questo che ancora si parla di libertà soltanto sottovoce e nel chiuso delle case. Chi non ha questa paura addosso è un “eroe.” Ma in realtà “eroismo” è una parola buona soltanto per i libri, impiegata da gente che con l’eroismo probabilmente non ha mai avuto niente a che fare. Nella realtà la gente ha paura: paura di soffrire, paura di morire, perché ognuno vuole sopravvivere a un periodo duro come questo, per essere vivo dopo, quando tutto sarà finito e ci saranno cose buone da fare, per il paese, per il partito, per se stessi.”

Il 25 Aprile infine “Visone” esce nelle strade di una Milano insorta e nuovamente non solo descrive quello che vede, operai e studenti armati che occupano le caserme abbandonate dai fascisti in fuga o che si insediano nelle fabbriche per preservarle dalla distruzione, ma esprime pure il suo pensiero su quella che è la fine di un incubo

Finalmente mi sento in un mondo pieno, completo,vivo. Io che per mesi senza fine ho lottato con piccoli gruppi di tenaci patrioti; io che per mesi mi sono mosso come un‘ombra, isolato, senza contatti se non quelli (tanto rari e fuggevoli da sembrare irreali) con esponenti del comando regionale, con le staffette o con pochi altri compagni della brigata; io, in mezzo a tutta questa gente, a questi operai, a questi giovani, a queste donne mi sento come immerso in un grande mare di affetto. Fino a ieri ho camminato nelle strade di questa grande città considerando i passanti potenziali nemici, dubitando di tutti, sospettando di ognuno. Oggi, confuso in questa folla amica, e come se uscissi da un incubo.

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