Diario del tempo passato in Germania


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Il 16 giugno 1944 1288 operai degli stabilimenti della S. Giorgio, Cantiere Ansaldo, Piaggio e SIAC sono deportati in Germania. È l’ordine imposto dal prefetto Basile per punirli. Vengono punti per aver scioperato per i propri diritti il 10 giugno. Dal ’26 infatti qualsiasi forma di protesta era stata vietata con le leggi fascistissime. Mentre stanno lavorando, la ditta viene circondata da soldati tedeschi e fascisti repubblichini che li caricano sui treni diretti a Mauthausen.

Nonostante siano nemici della Germania, i genovesi deportati non vengono considerati detenuti politici. Provenendo da aziende avanzate, sono mandati a lavorare come civili, sebbene siano trattati come bestie. Anche i ragazzi li guardano con disprezzo e sputano loro addosso.

Pochi sopravvivranno ai maltrattamenti, alle violenze, alle condizioni disumane e a temperature che toccano i 20 gradi sotto zero. Quattro di loro hanno tenuto un diario: Orlando Bianconi, Francesco Rovida, Mario Magonio e Bartolomeo Bozzano. Quest’ultimo è rimasto inedito ed è stato digitalizzato dalla figlia Maria.

Bartolomeo aveva poca dimestichezza con la penna: aveva finito la quinta elementare vent’anni prima. A ciò si aggiunge la difficoltà materiale: il diario è stato scritto inizialmente su carta straccia con carboncino. Una volta tornato a casa Bartolomeo lo ha ricopiato su un quaderno e ha aggiunto una nota per spiegare perché aveva deciso di scriverlo.

Ho scritto tutto questo […] per creare una testimonianza di quello che la società un giorno ci offerse: dopo le tante fatiche che i popoli avevano fatto per vivere e migliorare il tenore di vita, invece di averne un beneficio, i loro risparmi finirono nelle mani di quei pochi che governavano e così furono adoperati per fare un macello dell’umanità stessa, con distruzione di ogni opera o valore.

Un amico diceva sempre che questi fatti non devono e non possono passare e finire così come se niente fosse, che alla fine i popoli devono fare giustizia, punendo i colpevoli, e la faranno, perché, se no, dimenticare sarebbe una colpa, una colpa per la parte onesta che non ha corretto i malvagi, altrimenti col tempo si dimentica e dimenticando può ripetersi. Io, per non dimenticare, feci questa nota al soprascritto e riguardo alla giustizia ci penseremo tutti assieme.

Alle 18.30 del 16 giugno del ’44 il treno con gli operai parte per la Germania, “verso questa maledetta terra, che solo adesso conosco quanta gente oltre a me ha fatto soffrire e morire con nessuna colpa”. Così la descrive Bartolomeo. Quando arriva a Mauthausen, senza aver dormito per due giorni e completamente bagnato per la pioggia battente, lo sconforto è tanto:

Non ricordo più di avere una famiglia, non mi importa più della mia esistenza, mi hanno portato al punto culminante della tensione da sperare che facciano di me quello che vogliono, purché facciano presto a dare fine a questa tragedia disperata.

I giorni passano lenti a Mauthausen, senza fare nulla, nutriti con solo un panino tra tre o quattro persone, un po’ di caffè e un po’ d’acqua con lenticchie, spacciata per brodo. Il 30 giugno i lavoratori genovesi vengono trasferiti nello stabilimento di Linz, nel lager n° 31. Dal 7 agosto Bartolomeo incomincia a lavorare, dichiarando di essere gruista. In realtà non è mai salito su una gru in vita sua, ma fare il manovale edile gli sarebbe costata la vita: 11 ore con pala e picco avrebbe comportato una morte certa. Soprattutto con 6 ore di riposo al giorno e chilometri da fare a piedi, con gli zoccoli da lavoro. Inoltre chi sbaglia, anche solo per inesperienza, viene ucciso subito. Perché chi sbaglia è un sabotatore.

Nonostante il pericolo, fare il gruista gli salverà la vita. Stando sospeso sul metallo fuso soffrirà meno degli altri il freddo dell’inverno tedesco. Un mese in quell’inferno e già la fisionomia è cambiata:

Abbiamo perso ogni aspetto naturale, persino l’andatura è cambiata, per colpa degli zoccoli: infatti fa caldo, il piede suda, dentro al legno senza calze scivola su e giù e le piaghe crescono. Sulle fotografie che ci hanno scattato per lo stabilimento siamo irriconoscibili: dimagriti, anneriti, con sguardi spaventosi.

La fatica aumenta, la stanchezza e la fame sembrano non esaurirsi mai. Eppure la speranza non muore, nei momenti più difficili risorge dalle ceneri come una fenice. Così, dopo lo sconforto provato all’arrivo a Mauthausen, ritorna il ricordo dei propri cari.

Di giorno in giorno mi riprendo, mi rammento di avere avuto una casa, una famiglia: dove c’è ancora gente che mi ama e mi pensa. Mi sembra impossibile, eppure è la verità: come fa una mamma a dimenticarsi di un figlio che non vede più tornare a casa dal lavoro e sa che gente più che barbara l’ha portato via senza che abbia fatto niente? Forse non ha ancora interrotto il primo pianto.

I giorni trascorrono tra lavoro, strada e attesa (per mangiare e bere ci sono code da migliaia di persone). A ciò si aggiungono gli incessanti allarmi e i bombardamenti, finché vengono presi di mira gli stessi stabilimenti. Il 9 settembre Bartolomeo viene trasferito al lager 40. Non si arriva più a lavoro in treno come prima, ma bisogna fare a piedi 6 km, partendo alle 4 e 40 di mattina perché non è tollerato arrivare dopo le 6.

Nel complesso la vita lì è migliore: si mangia di più e si riceve la posta, un momento desiderato da tempo.

[Il signor Pini] trova il mio pacco, lo guardo, mi ritiro da una parte col pianto agli occhi, frugo dentro tanto da trovare la posta […]. Sul tram mi metto a leggere a tratti e a tratti a piangere, ma forte come un bambino e dire che il tram è completo ma nessuno si cura di questi casi, sono abituati a vedere di peggio. […] Abbiamo trent’anni ma non importa: così è il giro della vita, ci sentiamo troppo staccati dal mondo, da chi ci circonda, oltre a tutte le sofferenze che sopportiamo c’è il pericolo sempre imminente della morte.

Con l’arrivo dell’inverno del ’45, le condizioni di vita al lager peggiorano. Il freddo aumenta, fino a raggiungere i 20 gradi sotto zero. I bombardamenti sono diventati quotidiani, per cui non si lavora più nelle fabbriche ormai distrutte, ma all’aperto. Le guardie tedesche non ammettono che si arrivi tardi: non esistono sveglie, ma se si arriva dopo le sei per più di due giorni si è mandati ai campi di lavoro. E lì anche un solo giorno è troppo per poter sopravvivere.

Qui con la disciplina non si scherza: ogni nostro passo è controllato e, anche se involontariamente, può portare la pena di morte; hanno seminato un terrore tale che piegano chiunque, anche i più dritti o squilibrati. È in questo modo che tutti tacciono e la guerra continua, mentre milioni di creature soffrono torture e umiliazioni indescrivibili.

La razione di cibo diminuisce e la fame diventa sempre più insopportabile, soprattutto per chi fa 12 ore di lavoro. Eppure c’è chi vive in condizioni peggiori, come i detenuti politici, suscitando pena allo stesso Bartolomeo:

Di fronte a quelli mi consolo, perché io sono un signore, per me è indescrivibile la loro vita, perciò lascio a loro che scrivano, dicano a tutto il mondo quello che stanno passando, le botte che prendono, le penitenze che fanno.
Tutti i giorni ne muoiono, si vedono che si abbandonano, non ne possono più, li uccidono, ma sono convinto che qualcuno sopravviverà a tutto questo per raccontare al mondo intero quello che hanno sofferto.

[…] Tutti vestiti in uniforme a strisce bianche e nere, testa rasata, zoccoli di legno ai piedi, poco mangiare e tante botte; accompagnati sempre dalle SS sul lavoro, per strada e al lager, quello è il loro movimento giornaliero; in più carichi di pidocchi e tutti dipendenti da Mauthausen.
[…] Finché sono sani, li torturano tanto che poi qualcosa deve capitare per forza e allora sono vari i metodi per finirli; uno dei più comuni, per chi si sente male e va all’infermeria, è una iniezione di benzina con altre miscele tossiche che iniettata al cuore provoca la morte. Dato che i detenuti normalmente evitano di chiedere visita, vengono notati, quando sono sfiniti e non si reggono più: li prendono a calci, pugni e nerbate, poi li finiscono con la rivoltella.

Ad aprile la fine della guerra è ormai vicina, i bombardamenti aumentano, mentre Russi e Americani avanzano. È evidente che la Germania stia perdendo la guerra, ma i prigionieri continuano a lavorare, per sgomberare le macerie dalle strade e dai binari. Alcuni campi di lavoro vengono sciolti, perché le SS sono andate vie. Le sorti della guerra diventano ogni giorno più chiare.

Quelli che hanno inventato queste leggi si credevano immortali, invece li abbiamo visti finire i loro giorni a breve distanza uno dall’altro: il 27-4-1945 è giunta qui la voce che il Duce è stato catturato dai partigiani e da loro stessi impiccato ed esposto a Milano al pubblico. A distanza di tre giorni, e cioè il 30-4-1945, Hitler è rinvenuto morto a Berlino, dove, secondo lui, si era recato a combattere a fianco del suo popolo. Tutto finisce!

Il 5 maggio i carri armati americani arrivano nel lager, segnando la fine della prigionia inizia il 16 giugno del ’44. Sembra quasi un sogno e Bartolomeo descrive  così il turbine di emozioni provato in quei momenti:

Mi lascia nella calma a pensare se è proprio vero che ormai siamo liberi, che tutto è finito.
Non so che fare: se penso a tutte le sofferenze trascorse vorrei piangere, perché allora non avevo tempo, se penso al presente vorrei scoppiare di gioia.
Rientriamo in cameretta tutti i componenti, ci diamo la mano, uno per uno, a vicenda, con abbracci e baci, siamo come tanti fratelli, abbiamo vissuto tutte le sofferenze dell’inverno assieme, ci siamo visti arrivare uno con l’altro ogni sera con i segni della stanchezza sul volto e il passo lento e pesante.

Alcune guardie ucraine rimangono nelle caserme, non sapendo da che parte schierarsi; alcuni prigionieri ne approfittano per vendicarsi. Per Bartolomeo invece la vendetta sarà il ritorno a casa. Ma la partenza tarda ad arrivare e, sebbene la vita al campo sia migliorata, l’attesa è insopportabile. I primi a rimpatriare sono i Francesi, subito dopo i Russi.

Nel frattempo si diffondono racconti sulle sofferenze provate in prigionia, così un amico di Bartolomeo:

Mi racconta pure che qui ci sono dei politici provenienti da Mauthausen dopo la liberazione che raccontano che, all’arrivo degli americani, erano destinati tutti a morire, infatti i tedeschi avevano preparato la conduttura del gas per ogni cella. Ma, nel momento in cui il colonnello stesso, comandante la piazza, si reca nella cabina centrale per aprire, viene pedinato da un capitano che giunge in tempo, con la rivoltella impugnata, per impedirgli l’azione di massacro che stava compiendo. Questo capitano, che nel suo passato era già ben visto dai detenuti per la sua moderata brutalità, all’entrata degli americani nel campo viene portato a loro in trionfo dai deportati stessi.

Un altro racconta di come di 50 paesani entrati a Mauthausen solo in due siano ancora vivi.

Quando il personale era esuberante veniva presto eliminato e, dato che questo succedeva sempre, allora il forno crematorio funzionava di continuo, così pure la sala dove li chiudevano dentro a centinaia e poi aprivano il gas: questo era il metodo più pratico che adottavano. Inoltre, per ogni squadra condotta al lavoro, le sentinelle ricevevano l’ordine di rientrare con la colonna diminuita di quei tanti uomini.

Quello passato da altri prigionieri è quasi impossibile da credere, soprattutto trovandosi nel “ventunesimo secolo, con gente che sembrava possedesse il culmine della civiltà e pretendeva di insegnarla al mondo intero”, così commenta Bartolomeo con una lucidità straordinaria. Molti aspettano il rimpatrio in infermeria, ridotti a pelle ossa per aver perso fino a 40 kg oppure affetti da tifo o altre malattie.

Il ritorno per gli italiani tarda però ad arrivare, perché è il governo a doversene occupare, ma già è impegnato in una nuova guerra, contro il Giappone. Saputa la notizia, lo sconforto è molto. Il 16 giugno del ’45 Bartolomeo è ancora nel lager: è già passato un anno da quando è stato caricato sul treno diretto in Germania. Il suo campo è messo in quarantena per una caso di tifo petecchiale, nessuno può uscire e bisogna fare la disinfestazione.
Finalmente il 22 giugno per Bartolomeo inizia il rimpatrio, non senza ulteriori difficoltà e sofferenze. Ma almeno casa è vicina.

Arriviamo a Genova che è ormai notte, verso mezzanotte a Voltri e all’una alla tanto desiderata casetta. Tra l’allegria di tutti, tra una chiacchierata e l’altra si parla di tutto tranne che di dormire.
Per me e Benedetto (fratello minore, ndr), che restiamo alla finestra, ecco che spunta l’alba del giorno 29-6-45, festa di S. Pietro. Mi fa una sensazione mai provata: dopo un anno di tale vita e la testa tanto confusa, quasi non ricordavo più nemmeno il panorama. Dalla calma finestra lo vedo pian piano schiarirsi sempre di più davanti ai miei occhi, è un’alba meravigliosa.

Sono rare le testimonianze dei deportati sopravvissuti, perciò sono così importanti. Lo stesso Bartolomeo, benché abbia tenuto un diario per lasciare un ricordo di quanto passato, difficilmente parlava con i suoi figli della prigionia. Nel dopoguerra era considerata quasi una vergogna l’essere stati deportati: si era come sovversivi. Anche i familiari potevano subire discriminazioni o incontrare difficoltà sul lavoro, come racconta Filippo, il figlio di Bartolomeo.

La storia di Bartolomeo deve ricordare che non solo i partigiani hanno subito le angherie fasciste e naziste. Non solo coloro che hanno impugnato un’arma e combattuto il nemico, ma anche tutti coloro che erano in disaccordo con il Duce. I diritti dei lavoratori non esistevano e chi scioperava era mandato in Germania. Ecco le cose buone fatte da Mussolini.


Diario del tempo passato in Germania è il titolo originale, scelto dallo stesso Bartolomeo Bozzano.

Materiale riordinato e messo a disposizione da Camilla Gaggero

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